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Il voto dei diciottenni. “La politica ci esclude”

La delusione dei ragazzi fra i 18 e i 24 anni: quasi la metà non andrà alle urne a marzo. “Non ci sentiamo parte di una comunità”. Solo M5S raccoglie il loro consenso, flop Pd.

Il presidente della Repubblica Mattarella, nel corso del suo discorso di fine anno, ha sollevato la questione dell’astensione e in particolare modo dei giovani. Effettivamente è un problema, anche se non dell’ultima ora. Dagli inizi degli anni 2000 la partecipazione dei giovani è stata sempre molto limitata in occasione delle elezioni. Però con una notevole differenza tra amministrative e politiche. Nel primo caso si registra il maggiore livello di astensione nella fascia di età tra i 18-24 anni che tocca punte anche del 65%, nel secondo invece si riduce di molto. Per esempio alle Politiche 2013 l’astensione giovanile scese al 35%, così anche al referendum costituzionale del 2016.

Certo, non sono comunque dati incoraggianti, ma indicatori di un differente comportamento tra momenti fortemente politici (elezioni nazionali e referendum) ed eventi elettorali locali. D’altronde il problema della bassa affluenza dei giovani è un fenomeno che si è ben evidenziato anche in relazione alle primarie del Pd: mediamente il 60% dei votanti ha un’età maggiore di 50 e solo il 3% è compresa tra i 18 ed i 24 anni. Non solo. Le nuove regole che hanno permesso la partecipazione anche dei 16 e 17enni si sono rilevate un flop. I millennials hanno rappresentato solo l’1% di tutti i votanti. Detto questo è chiaro come la bassa partecipazione dei giovani costituisca un problema. Al momento, in vista delle elezioni del prossimo 4 marzo, i risultati dell’Istituto Noto Sondaggi descrivono un livello di astensione tra i 18-24enni del 45%, mentre nel totale della popolazione è ferma al 30%, quindi un differenziale di +15, non poco.
È da notare, però, che il voto dei giovani si modella in maniera completamente differente rispetto alla popolazione più adulta. Infatti tra quei 18-24enni che hanno intenzione di andare a votare è il M5S a raccogliere il massimo del consenso: i grillini arrivano addirittura al 43%. Il secondo partito è Liberi e Uguali con il 14%, segue la Lega con il 13% e Forza Italia con il 12. Il Pd, invece, riceve solo il 10% dei voti dei giovani che sono intenzionati a recarsi alle urne. Un risultato non lusinghiero. Quindi da questi dati si evince che non è l’età del leader di partito elemento importante nell’attrazione del consenso di questo particolare profilo elettorale.

Infatti se è vero che Di Maio è appena sopra i 30 anni, è anche vero che il consenso ai pentastellati tra i giovanissimi è stato sempre molto alto, anche quando il capo indiscusso era Grillo, oggi 69enne. Così anche il voto a Liberi e Uguali è consistente pur se il leader, il presidente del Senato Pietro Grasso, ha 73 anni. Pertanto è bene sgombrare la falsa ipotesi che i giovani sono attratti dai leader coetanei. Altrimenti non ci si spiegherebbe neanche la particolare attrazione elettorale che l’81enne Berlusconi continua a esercitare sui giovanissimi.

È anche vero, però, che sollecitare i giovani alla partecipazione elettorale non è una cosa semplice. Più che sui contenuti concreti, la partecipazione giovanile è aggregabile sull’emozione, sul sogno di cambiamento e sul sentirsi parte di una comunità. Caratteristiche in parte identificabili con il M5S che appunto aggrega circa un giovane su due che vota.
Comunque sarà il ritmo della campagna elettorale a delineare la partecipazione di chi vota per la prima volta alle prossime elezioni politiche, questo è un particolare profilo che cerca entusiasmo, anima, positività, riconoscimento sociale e sentirsi parte di una comunità. Quale partito saprà conquistare i giovani indecisi a oggi è impossibile saperlo. Per adesso nessuno.